giovedì, 25 giugno 2009

Un MUST! per chiunque ami gli anni sessanta, la buona musica, il buon cinema, il buon gusto... e il cattivo gusto ma con stile!

Un trip audiovisivo che fa s/ballare il culo e le sinapsi, una iniezione di adrenalina nella vena giusta!

Una esperienza mistica da celebrare possibilmente in buona compagnia (grazie G)... in altre parole: Rock 'n' Roll!!!

 

Qui sotto uno stralcio della recensione del buon Roberto Ostuni che potete trovare tra le Anteprime di “SupergaCinema.it”

 

 

Radio Rock Revolution

 

Era Radio Rock Revolution il titolo scelto in Italia per “The Boat that Rocked”, salvo poi essere modificato in un meno provocatorio “I Love Radio Rock”. Titolo a parte, il secondo film di Richard Curtis, conferma le ottime premesse mostrate con la sua opera prima. Nel 2003 Curtis, dopo una lunga e rosea carriera da sceneggiatore, aveva deciso di passare dietro la macchina da presa per girare il divertentissimo “Love Actually, riscuotendo grande successo. Con “I Love Radio Rock” ripropone il tanto caro humor inglese trasportando però la storia tra le onde del mare. Il titolo originale del film si riferisce infatti alla nave che in Inghilterra, durante gli anni sessanta, trasmetteva sulle sue frequenze esclusivamente musica rock, proponendosi come la radio pirata più ascoltata del paese. La situazione sembra cambiare quando il ministro Dormandy (uno strepitoso Kenneth Branagh) decide di creare una legge ad hoc per mettere fuorilegge i pirati, 'salvando' i cittadini inglesi dalla loro nefasta influenza. Dormandy non sa però che dovrà vedersela con i dj più pazzi, rockettari, trasgressivi e simpatici del pianeta…

 

Il resto su SupergaCinema.it

 

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categoria:cinema, film, recensione, supergacinema, i love radio rock
martedì, 16 giugno 2009
 

Anteprima – Sabato 20 giugno ore 21

Teatro Lo spazio via Locri, 42 (Roma)

 

“Camera Oscura” è un noir di 15 minuti partorito dalle folli menti di Luca Imperiale, Ermete Ricci, che ne è anche il regista, (loro il soggetto e la sceneggiatura) e Alessandro Signorini. E’ la storia di Leòn, fotografo arrogante e narcisista, fotografo investigativo, di quelli che vendono scatti rubati a mogli fedifraghe: mogli di politici, medici, insomma gente dell'alta società. Sognava una vita d’artista ma il suo sogno è naufragato, insieme con la sua anima il giorno in cui la sua ragazza, Adele, è scomparsa in circostanze misteriose. Da quel giorno Leòn vive  in un mondo dove tra droga, sogni e “visioni” sente la vita scorrergli affianco. Il jazz, l’arte sono solo apparizioni sfocate tanto quanto i suoi sogni e la sua vera ossessione: Adele! Un miraggio che appare e scompare.

Un giorno Leòn riceve una telefonata da un committente ignoto che gli dà un orario e l’indirizzo di un albergo a cui presentarsi per documentare un incontro molto importante.  Solleticato dalla curiosità e in bolletta, accetta l’incarico. Ma durante l’incontro un uomo ed una donna in atteggiamento tutt’altro che complice, vengono uccisi. Leòn fotografa i corpi delle vittime ma non riesce a vedere l’assassino. Comincia una ricerca della verità che lo porterà a dover scagionare se stesso dalle accuse dello scaltro ispettore Bernardi: un viaggio nella post-modernità romana tra ricordi e scoperte monumentali durante il quale Leòn avrà l’arduo compito di indagare sul mistero dell’omicidio al quale ha assistito la cui soluzione finirà per renderlo libero. 

Una storia complicata ed intrigante destinata ad essere girata (grazie anche all’impegno della T.A.E. Ricci, una piccola produzione familiare) sotto l’occhio vigile del produttore esecutivo Sabrina Lumicisi.

La scelta dell’interprete di Leòn ricade inizialmente su Filippo Timi che però rifiuta a causa di altri impegni lavorativi. A quel punto, sotto indicazione della casting si conviene che il volto giusto è quello di Fabio Ghidoni (l’Alex mortificato dai copioni ne “I Cesaroni” e l’esilarante Cassio del mediocre “Iago”) che accetta senza indugi dopo aver  letto la sceneggiatura. Il resto del cast mette insieme attori discreti che vengono dalla televisione e con qualche esperienza cinematografica alle spalle: Fabrizio Buompastore (l’ispettore Bernardi, “La squadra” e “Distretto di polizia”) , Daniele Grassetti (Filippo Scanetti, “Il bosco fuori” di Gabriele Albanesi), Beatrice Orlandini (Irene Loi, “La velocità della luce” di Andrea Papini) e infine Anita Tenerelli (Adele Mattei) attrice teatrale con qualche apparizione nel cinema. Un cast di tutto rispetto per un cortometraggio autoprodotto che in campo tecnico si affida alle ottime prestazioni della troupe del Service “4 you video” ed in particolare all’occhio esperto di Marco De Marco come direttore della fotografia.

Le riprese sono state effettuate dall’1 al 5 marzo a Roma, tra Piazza Vittorio, il Pigneto e via della Magliana. Per la scena della fabbrica abbandonata è stato necessario ricostruire all’interno di uno degli ambienti un vero e proprio laboratorio scientifico!

Alla fine la storia ha trovato una trasposizione cinematografica: ci sono differenti versioni sul significato della storia: a qualcuno piace pensare che si parli di viaggi spazio-temporali, qualcun altro è affascinato dall’idea di percorrere per 20 minuti i meandri di una mente disturbata. La verità è che non c’è una versione giusta: la storia si presta a molteplici interpretazioni e il corto può lasciare attoniti dopo la prima visione. Niente di trascendentale perché ci sono alcuni passaggi che nemmeno gli stessi sceneggiatori  hanno ben chiari! Scherzi a parte, Luca Imperiale, uno degli ideatori della storia, sta scrivendo un prequel/sequel di questo cortometraggio ancora più contorto ambientato ai tempi della scomparsa di Adele. E’ un progetto a lungo termine, che a detta del suo autore potrebbe sfociare in un lungometraggio diretto da lui stesso… ma è ancora presto per parlarne!  

 

L. I.

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categoria:anteprima, cortometraggi, camera oscura, fabio ghidoni, luca imperiale, ermete ricci
lunedì, 01 giugno 2009
 

30/03/2009 15.30

Finalmente!!

Finalmente una Lista comune, una sola Falce e Martello…

Tutti gli uomini di Sinistra, negli ultimi anni, si sono sentiti presi in giro per la presenza di tanti partiti che si richiamavano alla stessa tradizione di Lotta ma che per ragioni spesso superficiali non riuscivano a ricongiungersi dando vita ad un unico e unitario Nuovo Partito Comunista!

Questa frammentazione, inutile dirlo, ha fatto il gioco delle Destre, che pur non avendo neanche un Ideale riescono a fare cerchio intorno a qualche idea (spesso demagogica e populista) o interesse comune… alla faccia del Popolo di Sinistra fatto di “compagni” che non riuscivano ad avere una Casa comune.

Questa Lista è il primo passo di un processo, spero lungo e organico, che porterà di nuovo l’Italia ad avere una Sinistra vera che Lotti e Combatta con e per il Popolo!

Detto questo, immagino che voi Dirigenti vi rendiate conto della responsabilità che avete… ma come si dice, “quando il gioco si fa duro…”

Buona fortuna,

 

Giulio Della Rocca

 

31/03/2009 15.59

Caro Giulio,
per la prima volta dopo dieci anni, sulla scheda elettorale ci sarà una sola falce e martello. I simboli del Lavoro.
Questa è la prima tappa di un progetto politico che dovrà portare  alla costruzione di un nuovo e grande Partito Comunista.
A questo progetto dedicherò tutte le mie forze.
Un caro saluto.

Oliviero Diliberto

venerdì, 17 aprile 2009

Qualche anno fa, quando ero un poppante sbarbatello che ascoltava musica indefinibile, mi imbattei in una canzone che sconvolse le mie sinapsi di adolescente iperattivo…

Si trattava di Karma Police dei Radiohead.

Già il nome era un rebus su cui mi fracassai il cranio più volte: sarà forse un invito alla calma? Booo

Il mio inglese ieri come oggi era ad un livello preverbale, per non parlare poi del sanscrito e delle discipline orientali… dunque come potete immaginare quel titolo assunse quel fascino misterioso di ciò che non si conosce.

Tant’è che i Radiohead con la loro arte hanno continuato a stupirmi e ad accompagnarmi nella mia tortuosa vita.

Ora: io non ho mai avuto la fortuna, o meglio dire la volontà di andare ad un loro concerto, e credo di essermi perso, fino ad oggi, una delle ultime esperienze mistiche che ci offre il panorama musicale attuale, però, e qui è giusto dirlo, ho la fortuna di essere amico di un gruppo di scapestrati come Emilio, Antonello, Lillo, Luciano e Silvano che insieme formano la più grande Tribute Band che i Radiohead potessero sognare: i Green Plastic!

Voi pensate che stia esagerando, sì lo so, ogni scarrafone è bello a mamma soja… Nel dubbio però darei un’occhiata al MySpace…

 

… e se non altro dopo il concerto dubito che potrei mai farmi una pinta con Thom Yorke… o chissà…  

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categoria:musica, radiohead, thom yorke, tribute band, green plastic
venerdì, 10 aprile 2009

Oggi è una giornata di lutto nazionale, e forse il silenzio sarebbe la cosa migliore…

Però non riesco a togliermi dalla testa che la tragedia abruzzese sia l’ennesima strage annunciata!

Quando si spegneranno le telecamere sull’Abruzzo e sui suoi fieri abitanti, quando si tornerà a parlare di scemenze che servono a distoglierci dalla vita vera, dai problemi veri temo che l’Italia continuerà ad essere quella di sempre: i palazzinari continueranno a costruire i loro casermoni che stanno in piedi per miracolo, i politicanti e i burocrati continueranno a prendere mazzette e a chiudere un occhio, le mafie vinceranno ancora gare d’appalto truccate e così via… fino alla prossima scossa…

Sono davvero stanco di questa stupida Italia!!

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categoria:terremoto abruzzo, 10 aprile 2009, italia anno zero
mercoledì, 25 marzo 2009

Antescritto: Quanto segue è una folle chiacchierata nel dietro le quinte di un concerto fatto da Morgan (s-fatto…? Scheeerzo!) quasi un anno fa a Roma. A condurre l’intervista è stato il mio carissimo amico e finissimo conoscitore di musica Valerio Del Vasto…

L’incontro con Morgan è stato una emozione incredibile per me cresciuto con le sue (o meglio le loro) poesie musicali… e la conferma che la Tv (nello specifico il programma – che tra l’altro seguo con passione… forza NOEMI!! – X factor) non lo ha cambiato: ci troviamo sempre di fronte ad uno dei più grandi personaggi della musica italiana.

 

Martedì 10\06\2008

L’Alpheus per il penultimo appuntamento del MArteLive offre la presenza del cantautore milanese Morgan già frontman e autore dei Bluvertigo. Parto alla volta del concerto con grande euforia e stimolo perché apprezzo Morgan dal principio e ho vissuto con attiva partecipazione la sua svolta da solista con un disco che secondo me lo ha sdoganato come autore e ha mostrato le sue molteplici doti; parlo dell’album Le canzoni dell’appartamento.

Ascolto il concerto con viva attenzione dopo di che mi avvicino alle quinte e chiedo ad un ragazzo dell’organizzazione di poter intervistare l’artista e mi viene risposto di attendere 30 minuti visto che la richiesta era stata fatta in extremis e senza preavviso.

Non nutro troppe speranze per l’intervista e penso già che il cantautore alla fine del concerto vorrà godersi in pieno diritto la sua meritata pace. Passo di nuovo sotto il palco dopo quaranta minuti e mi viene detto di attenderne cinque e che poi sarei potuto entrare. Con me ci sono alcuni amici e allo scadere del tempo entriamo tutti. Vedo subito Morgan chiacchierare allegramente dietro le quinte e mi avvicino alla fine del suo discorso per stringergli la mano e presentarmi.
Lui mi osserva da prima con fare circospetto e poi dopo qualche istante mi presento dicendo il mio nome accompagnato alla parola: “piacere!”, e questi ironicamente afferma di chiamarsi come me. Morgan è visibilmente infastidito dalla nostra intrusione e lo dice da subito, ed è anche chiaramente provato dal concerto, nonché molto brillo, questo però me lo rende più umano nell’approccio, ma so già che l’attacco a me si doveva ancora consumare.

Da prima gli domando come ha capito che voleva fare musica, domanda che può risultare un po’ banale, ma costituisce per me comunque una curiosità. Lui mi risponde contrariato (e io me lo aspetto), domandando a se stesso ad alta voce che domanda fosse, un po’ anche per attirare il sorriso dei musicisti presenti, nonché dei miei amici, che mi credono già perso, ma il timone dell’intervista io lo avevo ben saldo, pur non avendo nulla di scritto e nulla per scrivere o registrare la cosa.

Vi sembrerà egocentrismo, in realtà è solo che lo conosco bene come artista e sono anche a conoscenza tramite delle cose viste del suo carattere indomabile alla Carmelo Bene. Insomma riformulo la domanda chiedendo come si è avvicinato alla musica ed i suoi ascolti d’infanzia coadiuvati dai genitori, insomma dell’imprinting. Su di questo mi risponde ed io mi siedo e so che da quel momento l’intervista è iniziata. Il problema è che mi hanno concesso solo cinque minuti e le domande che ho in mente purtroppo sono tante. Ritornando a Morgan mi risponde che suo padre e sua madre lo avevano cresciuto con buona musica e quindi cita l’importanza di aver ascoltato da piccolo Simon & Garfunkel e tanto altro, al che mi dice ironicamente di aver esordito nella musica ad otto anni dove già possedeva doti pianistiche eccellenti.

Successivamente gli chiedo della nascita dei Bluvertigo (nome derivante da una canzone dei Duran Duran dall’album Notorius (1986), Blue Vertigo Do The Demolition) e lui mi parla dei Golden Age, gruppo nato nel 1988, che poi genererà i Bluvertigo. Come i Duran Duran, mi racconta del suo come di un gruppo che per scrivere i suoi testi si nutre di letteratura, cinema e arte. Poi subito dopo gli chiedo quanto lo ha influenzato la musica dei Krisma e lui mi risponde “tantissimo” aggiungendo di essere un loro amico personale nonché loro fan da giovanissimo e di aver acquistato all’epoca la copia di Many Kisses.
In seconda battuta gli faccio una domanda sull’elettro pop e quanto la musica di Ivan Cattaneo può essere stata d’aiuto e d’ispirazione per le canzoni del suo gruppo, che a mio parere sembrano molto similari. In risposta a Cattaneo dice di non esserne mai stato un grosso fan e che ha avuto per lui  più importanza per l’estetica e per il look che per la musica, aggiungendo poi di aver ascoltato da piccolo nel 1981 la famosa cover ska della Zebra a pois (cantata da Cattaneo ed introdotta nell’album 2060 Italian Graffiati), cantata precedentemente da Mina e scritta dal mitico Lelio Luttazzi. Aggiunge inoltre che possedeva il vinile di Primo, secondo, frutta e Ivan compresa, ma che al cantautore bergamasco preferiva l’arlecchino elettronico Alberto Camerini di cui poi traccia una breve storia dagli esordi al Parco Lambro con Battiato, Eugenio Finardi, Orme, Banco e Delirium capitanati da un giovane Ivano Fossati & many more. Di Camerini aggiunge che è stato pioniere per l’Italia in quanto a elettronica come i Kraftwerk in Germania ed io mi aggancio ai gruppi progressive citati da Morgan al riguardo del Parco Lambro e gli chiedo se conosceva il Balletto di Bronzo e la svolta da solista elettro pop del loro organista e cantante Gianni Leone, e di quanto il disco Monitor dello stesso Leone uscito nel 1981 lo avesse influenzato. Mi risponde subito di conoscere il Balletto di Bronzo ma di non aver mai ascoltato Leone da solista e poi mi parla dell’importanza del punk dei Decibel del mitico Enrico Ruggeri e dei fantastici primi tre dischi progressive di Alan Sorrenti.
Dal tastierista Leone faccio un aggancio con il tastierista dei Duran Duran, Nick Rodhes, il quale so che è stato di ispirazione per Andy e Morgan. Da qui mi si illumina e mi parla del modo rivoluzionario e nuovo con il quale il tastierista inglese si era approcciato allo strumento e al sintetizzatore generando e tracciando un nuovo tipo di sound. In quel momento mi ricordo che
Morgan anni fa’ lo aveva intervistato come pure Simon Le Bon e Warren Cuccurullo. Così gli chiedo della cosa e lui nel replicare mi risponde che per quell’intervista avevano usato la suite imperiale del Grande Hotel Principe di Savoia, che al dire suo costava sedicimila euro a notte. Aggiunge poi che Rodhes era rimasto colpitissimo della cosa e che non aveva mai visto tanto sfarzo, cosa che appoggiarono in pieno anche Simon e Cuccurullo, che erano appena usciti discograficamente insieme allo stesso Nick con l’album Pop Trash. Morgan rivela anche di essere rimasto in contatto con Rodhes per mesi e di aver parlato con lui per molte ore. L’ultima domanda che pongo al cantante, riunitosi recentemente con il suo gruppo, è come è nata l’idea per la stesura del suo primo album da solista (Le canzoni dell’appartamento - che inizialmente doveva essere un album di cover), lui risponde in maniera svelta ormai provato dall’alcool e dal tempo; insomma rivela che nasce tutto dall’appartamento stesso, affittato da lui per qualche tempo e per il quale poi fu citato per una cifra spropositata, che non dico, dalla padrona dello stabile, che lo accusava di aver filmato la casa e di averla usata per il videoclip della canzone Altrove: il tutto viene coronato dallo sfogo ironico del performer che afferma che il suo disco aveva venduto solo trentamila copie e quindi di essere molto distante dalla situazione economica di Paul McCartney.
Dopo di questo il mio tempo finisce e saluto Morgan e lo ringrazio per la gentilezza e per il tempo che alla fine mi aveva concesso anche se non c’era stato un preavviso.
L’intervista all’inizio sembrava dura e poco rilassante ma subito dopo si era appassionato e nel congedarsi rivela di essere stato bene per quei venti minuti (che dovevano essere solo cinque).


Con questo mi congedo e ringrazio Morgan e lo staff del MArteLive per l’intervista concessami e lascio che le cose mi portino Altrove.

Vostro e non vostro…

 

Valerio Del Vasto

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martedì, 03 marzo 2009

presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio e il vecchio Alex si sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato, come se la sua vita appartenesse – sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo – a qualcun altro

   ma non ghignante, per favore, poiché all’epoca il vecchio Alex non aveva ancora compiuto diciott’anni e in quei giorni il cielo di Bologna era espressivo come un blocco di ghisa sorda e da simili espressività non avreste potuto aspettarvi nulla d’esaltante, neppure uno di quei bei temporaloni definitivi che lavano le strade e da quasi due settimane la città giaceva tramortita sotto una pioggia esangue senza nome

   quale conoscente del vecchio Alex e persona informata dei fatti mi limiterò ad aggiungere che certa storia con una ragazza gli appariva ormai sfumata nel ricordo, gualcita dallo squallore sbalorditivo della vita di tutti i giorni: essere stato terribilmente felice con lei per quattro mesi gli sembrava – ecco un’altra delle sue sensazioni più crude – non fosse servito a niente

 

Enrico Brizzi – Jack Frusciante è uscito dal gruppo    

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sabato, 07 febbraio 2009
 

La nebbia…

Un fenomeno meteorologico che limita la visione.

Una visione parziale come è poi quella dell’Uomo, essere fallibile per eccellenza.

Non ci risulta strano dunque che sia stata utilizzata come metafora anche da Mr. King in una novella della raccolta Scheletri datata 1985.

The Master of Horror del Maine in questa storia si diverte a giocare con alcune paure degli uomini che si traducono, poi, nella parola Minaccia!

Dalla stanza di Harold Pinter (indimenticabile Maestro del teatro novecentesco da poco scomparso) al supermercato della piccola cittadina americana in cui si rifugeranno i protagonisti della vicenda il passo è, se non breve, inevitabile…

Inevitabile perché poco importa cosa ci sia al di là o nella nebbia, piuttosto che fuori le pareti di qualsiasi abitazione/rifugio/utero… l’uomo continua a ignorare che probabilmente il mistero più grande, la minaccia più grande siamo noi stessi!

 

Per chi come me è un fanatico di “A Nightmare on Elm Street” (meglio noto con il più semplice ed allegorico Nightmare) non stupirà che il regista di “The Shawshank Redemption” (Le ali della libertà) si cimenti col genere horror. È tra gli sceneggiatori del terzo episodio della saga che ha per protagonista l’incubo fatto persona o mostro, Freddy Krueger: Dream Warriors.

È invece nota la passione di Frank Darabont per Stephen King: oltre al già citato Le ali della libertà, infatti, se si ripercorre la filmografia del regista/sceneggiatore/produttore, o meglio dire dell’Autore di origini ungheresi, si scopre che il suo esordio alla regia avviene nel 1983 proprio con un cortometraggio, The Woman in the Room, tratto da una storia breve del Nostro, lo stesso dicasi per “Il miglio verde”.

Non essendo un semplice director, ma Autore appunto, con “The Mist” non si limita ad una trasposizione cinematografica, ma, come poi ci ha insegnato Kubrick, si adopera in una vera e propria ri-scrittura, anche semantica.

Il regista con questa pellicola si ri-mette in gioco girando il tutto in soli 37 giorni e utilizzando una troupe abituata ai ritmi frenetici della serie tv, “The Shield”. A tal proposito dice: “Volevo anche provare a girare in modo diverso - come fare jazz anziché dirigere un'orchestra sinfonica. Volevo mettere da parte la precisione e l'accuratezza per un genere di produzione più d'assalto […] Non devi starci troppo su a pensare, devi solo basarti sull'istinto. È stata una liberazione, e mi è piaciuto.”

 

Darabont riesce a fare di un horror un trattato antropologico sull’essere umano del nuovo millennio, ci racconta una America (?) eccessiva, ossessiva, violenta, provinciale, infernale… che confonde il sacro e il profano, che (ri)legge la Bibbia cinicamente e ciecamente tanto che i mostri risultano essere gli uomini stessi, che nelle difficoltà cedono ai loro istinti più animali e diabolici. L’individualismo contro la solidarietà, il fanatismo contro la ragione, la paura contro la speranza, l’odio contro l’amore!

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mercoledì, 21 gennaio 2009

Washington, 20 gennaio 2009 - discorso inaugurale di Barack Obama: Presidente degli Stati Uniti d’America.

“Miei concittadini.

Sono qui oggi pieno di umiltà di fronte al compito che abbiamo di fronte, grato per la fiducia che mi avete dimostrato, conscio dei sacrifici compiuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato in questo periodo di transizione.

Quarantaquattro americani adesso hanno pronunciato il giuramento presidenziale, parole che sono state dette in tempi di prosperità e nelle acque tranquille della pace. Ma ogni tanto il giuramento è pronunciato in mezzo a nuvole che si addensano e a temporali furiosi. In questi momenti, l’America è andata avanti non solo grazie alla abilità e alla lungimiranza di chi la guidava ma perchè ‘Noi, il popolo’, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e fedeli ai nostri documenti fondatori.

Così è stato. Così deve essere in questa generazione di americani. Che siamo nel mezzo di una crisi ormai è stato ben capito. Il nostro Paese è in guerra, contro una rete dai lunghi tentacoli di violenza e di odio. La nostra economia è gravemente indebolita, conseguenza della rapacità e della irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di fare scelte difficili e preparare il paese per una nuova era. Alcuni hanno perso la casa, altri il lavoro, imprese sono fallite. Il nostro sistema sanitario è troppo costoso, le nostre scuole non funzionano per troppi, e ogni giorno ci porta altre prove che il modo in cui usiamo l’energia rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta.

Questi sono gli indicatori della crisi, misurabili con le cifre e le statistiche. Meno misurabile ma non meno profonda è la perdita di fiducia in tutta la nostra terra, l’insistente timore che il declino dell’America sia inevitabile, e che la nuova generazione dovrà abbassare le sue mire.

Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non sarà possibile risolverle facilmente né in breve tempo. Ma sappi questo, America: le risolveremo. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza invece della paura, l’unità d’intenti invece del conflitto e della discordia.
In questo giorno, veniamo a proclamare la fine delle meschine divergenze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi usurati che per troppo tempo hanno strangolato la nostra politica.

Rimaniamo una giovane nazione, ma nelle parole delle Scritture, è giunto il momento di mettere da parte le cose da bambino. E’ giunto il momento di riaffermare il nostro spirito; di scegliere la nostra storia migliore, di sostenere quel dono prezioso, quella nobile idea passata di generazione in generazione: la promessa divina che tutti sono uguali, tutti sono liberi, tutti meritano l’opportunità di perseguire la loro piena felicità.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.

Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita. Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duro terreno. Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.

Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria. Questo è il viaggio che continuiamo oggi.

Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso. Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America.

Perché ovunque guardiamo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per soddisfare le esigenze di una nuova era.

Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo faremo. Ci sono alcuni che mettono in dubbio l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità al coraggio.

Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, una pensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andare avanti. Quando la risposta è no, i programmi saranno interrotti.

E quelli di noi che gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo e il suo governo. 

Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertà non conosce paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può andare fuori controllo, e che un paese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene comune.

Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondo e non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di nuovo a fare da guida.

Ricordate che le generazioni passate sconfissero il fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario, seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo affrontare quelle nuove minacce che richiedono sforzi ancora maggiori - e ancora maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un pianeta surriscaldato.

Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a sopravviverci, e vi sconfiggeremo.

Perché sappiamo che il nostro multiforme retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani, musulmani, ebrei e indù - e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura, provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere una nuova era di pace.

Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione, all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete disposti a sciogliere il pugno.

Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al mondo.

Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà, ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un significato in qualcosa che li trascende.

Eppure in questo momento - un momento che segnerà una generazione - è precisamente questo spirito che deve animarci tutti. Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia. E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano, l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.

Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo - il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo - queste cose sono antiche. Queste cose sono vere.

Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità - un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza. Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro.

E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava, la neve era macchiata di sangue.

E nel momento in cui la nostra rivoluzione più era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo: ‘Che si dica al mondo futuro... Che nel profondo dell’inverno, quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere... Che la città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a incontrarlo’.

America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future”

sabato, 17 gennaio 2009

Della serie non-avevamo-niente-da-fare posto questo video di cazzeggio totale che si divide in due parti: la prima è una voce off che ci documenta a mo’ di inchiesta giovanilistica alla Mtv la scomparsa di un giovane scrittore, la seconda è un tentativo di intervista a due personaggi che sembrano uscire da un fumetto…

Per il ciclo, L’Osceno in Rete…

LA SCOMPARSA DI UNO SCRITTORE SCOMUNICATO